«Perché vuoi andare? Perché vuoi lasciare le solatie terre della città sublime? Perché vuoi abbandonare le larghe e splendenti piazze, i viali circondati da fiori in tripudio, i palazzi luccicanti, la vita serena e beata della grande Shangri-La? Arrivasti qui misero e affamato. Viaggiasti a lungo per terra e per mare, superasti monti e pianure cercando la città incantata. Infine, dopo molti sforzi, quando tutto sembrava perduto, strisciando a fatica passasti l’ultimo ostacolo e vedesti risplendere le cupole della Grande. Perché dunque ora vuoi andartene?»
Risuonano le parole nella mente del ragazzo, salgono dal profondo, generate dall’essere puro, dall’essenza stessa del tutto. Non c’è nessun altro nella sala, nessun altro al di fuori di lui e del Supremo Signore di Shangri-La. Il ragazzo è entrato nella grande costruzione con fare combattivo, deciso ad affrontare il misterioso Signore che nessuno in città ha mai visto. Ha varcato immensi portali, superato lunghi corridoi adorni dello splendore dell’oro e delle gemme più pregiate. Infine è giunto nella sala centrale. È immensa e magnifica, completamente disadorna e bianca. Le sue geometrie arcane creano un’armonia che il ragazzo non ha mai provato né immaginato. Tutti i bei momenti che ha vissuto, la felicità, la gioia, la passione, l’amore, sembrano nulla in quell’istante incantato. Il Supremo sta al centro della stanza, immerso nella profonda estasi dell’Illuminazione più profonda. Immobile come una statua eburnea, ieratico e bello d’una bellezza ultraterrena, levita a mezz’aria, trattenuto al suolo da lunghe catene ferree. Egli sa già cosa il ragazzo vuole e subito lo interroga.
Il ragazzo è confuso. È venuto con la convinzione di dover smascherare un trucco, ma quel che vede e quel che sente non può essere falso. Non può, quell’Essere, aver indovinato il suo pensiero per caso o furbizia. Tentenna, ma il dubbio lo spinge, deve sapere.
«Quando, bambino, sentivo gli anziani parlare della città dalle mille cupole d’oro, pensavo tra me che l’avrei trovata, un giorno. In essa la vita era felice, tristezza e miseria non esistevano laggiù. Così narravano i vecchi e io vi credevo. Dicevano che era governata da una divinità che, magnanima nella sua grandezza, premiava con la felicità perpetua chi avesse osato arrivare fino alla città. Quando fui cresciuto ed ebbi adempiuto ai miei doveri di figlio, mi incamminai sulle vie del mondo per cercare la grande Shangri-La»
«Ti vidi partire. Era una giornata uggiosa, il cielo minacciava pioggia e il mondo nascondeva i suoi colori, serbandoli per più felici evenienze. Abbracciasti tua madre e tuo padre, baciasti i fratelli e le sorelle, gli amici e i conoscenti e partisti con le tue povere cose sulle spalle e i piedi nudi. Tua unica ricchezza era la determinazione. Mai questa ti mancò.»
«Forse i vecchi non sbagliavano dicendo che un dio governa questa città. Tu hai visto ogni mio sforzo e ogni mia avventura alla ricerca del mio obiettivo. Hai visto la mia felicità quando finalmente, aggirato l’ultimo spuntone di roccia di queste montagne aride e fredde, ho veduto la verde vallata e i palazzi luccicanti di Shangri-La. Credevo di aver raggiunto il fine ultimo del mio cercare. Credevo di aver raggiunto la beatitudine. Se hai visto, come sembra, tutto ciò, sai anche quale grande delusione mi attendesse!»
«Non trovasti ciò che cercavi? Non è dunque come i tuoi vecchi dicevano?»
«In principio fu tutto bello. Fu un tripudio di momenti sereni, di piacevoli giorni che mi ripagarono degli sforzi fatti, delle fatiche e degli stenti, del freddo e della fame patiti per la ricerca. Poi mi accorsi che qualcosa mancava. V’era serenità, ma non felicità. V’era affetto, ma non amore, v’erano galanterie, ma non passione! Compresi che questo era il terribile prezzo dell’annientamento del Male, della soppressione del Vizio. Tu non sei una divinità magnanima, ma crudele! Donasti a questa gente una falsa serenità negandole così la vera vita. Essi vivono in un eterno sciocco presente sempre uguale, senza futuro. Privandoli del male, del dolore e della sofferenza, li privasti anche dell’impulso a migliorare, a conoscere! Li privasti dei godimenti dei sentimenti più alti! Per questo io me ne andrò da Shangri-La e dirò al mondo intero quale grande inganno sia questo luogo e quanto maligna la sua divinità!»
«Tu, mio giovane amico, parli di cose che non conosci. Non fui io a creare Shangri-La. Essa esiste da prima che io venissi in questo mondo. Non fui io a renderla ciò che è. Non sono io a governarla. Le persone che vengono qui vogliono la serenità per sé, il prezzo da pagare è quello che conosci, essi l’hanno deciso. A Shangri-La nessuno nasce, nessuno mette al mondo figli, ci vuole un amore troppo grande perché essi lo facciano. Il problema della Grande è l’egoismo. Chi viene qui lo fa per la propria felicità. La condivisione, la gentilezza sono solo maschere della volontà di benessere per sé. Chi viene qui, viene per questo.»
«Io non venni per un simile motivo! Non patii fatiche e stenti per un pasto caldo e un buon bagno! Cercavo saggezza e trovai stoltezza, cercavo lungimiranza e trovai cecità, cercavo l’infinito e trovai un orticello ben recintato! Se non posso trovare ciò che cerco a Shangri-La
«Ovunque.»
«Ovunque? Come puoi dire una simile sciocchezza? Anche se sono solo un ragazzo non permetterò che tu ti prenda gioco di me!»
«Non è mia intenzione approfittarmi della tua ingenuità. Tu non sai vedere, perciò non trovi. Cerchi la vita, ma quando essa ti passa davanti non la riconosci. Ti vidi camminare lungo le strade del mondo. E vidi una giovane e vergine ragazza dedicarti il suo primo sorriso di desiderio e una vecchia l’ultimo, e un mendicante chiederti la carità e un signore dartela, vidi la bellezza dei fiori di campo sui sentieri che calpestavi, l’orrore della miseria e i fasti delle ricche dimore dei mercanti, la calura del sole estivo e il freddo dei lunghi inverni montani. Vidi un sacerdote che officiava i riti funebri vicino a te, e i figli piangere disperati la morte del padre. Vidi i festeggiamenti per la nascita di un nuovo bimbo e i genitori ridere di felicità. Questo e molto altro vidi nei tuoi occhi, ma tu non comprendesti. Cerchi la comprensione del mondo fuori dal mondo. Per sentirti dire ciò sei venuto fino a Shangri-La.»
«Tu sei una divinità! Io sono un semplice uomo e non ho i millenni per fare ciò che desidero! Non posso perdere il tempo per sciocchezze!»
«Davvero? Da quando sei nato hai solo perso tempo. Inseguendo un sogno futuro non hai mai vissuto il momento presente. Sei sempre rimasto nell’illusione e nel sogno, hai rinunciato a godere delle piccole e grandi cose che la vita ti offriva per un obiettivo lontano e nebbioso. Ora che esso è giunto sei deluso e irato. Per questo non puoi che compiangere te stesso. Ti svelerò un segreto. Io non sono una divinità, ma un uomo come te. Molto tempo fa, prima che nascesse tuo padre e il padre di lui e molte generazioni ancora, vivevo in un piccolo villaggio sul mare. Quando ebbi l’età lasciai la mia famiglia e mi misi a cercare la città di cui i vecchi del mio villaggio fantasticavano. Dopo mille fatiche, stremato e affamato, vidi apparire all’orizzonte Shangri-La. Anche io fui deluso come te e anche io affrontai il Supremo Signore come tu fai ora. Egli mi disse ciò che io dico a te adesso. Me ne andai dalla città, viaggiai nel mondo vivendo il presente e quando fui pronto tornai qui e presi il posto del Supremo affinché egli potesse andare oltre.»
«Che bisogno c’è di un Supremo se la gente decide per sé? Se tu non governi che necessità c’è che tu stia qui?»
«Essi amano attribuire a me ciò che fanno affinché nessuno abbia la tentazione di fare altrimenti. La natura umana è strana. Inoltre il Supremo attende che giungano persone come te, persone diverse che desiderano andare oltre. Tra queste il Supremo trova il suo successore. Chissà, forse un giorno tornerai qui e prenderai il mio posto o forse seguirai un diverso destino. Ora hai gli occhi aperti, ora cominci a contemplare la realtà. Sei finalmente in grado di rompere le catene dell’illusione. Questo è ciò che Shangri-La